La giustizia bisogna che ci sia

«La prima edizione uscì nel 1935… L’Elogio dei giudici fu dunque, tra le righe, anche un elogio alla legalità, intesa come garanzia della libertà… Per poter sopportare senza lasciarsi consumare dall’amarezza la oppressione politica di quel periodo, bisognava continuare a credere almeno nella giustizia…»

"Sento una voce ironica che mi commisera:
- Oh, uomo semplice, che dopo quarant’anni di avvocatura non hai cessato di creder nella giustizia: e non ti sei accorto ancora che nella sorte dei viventi, sui quali pende senza discernimento il dolore e la morte, è fatale che tutto sia ingiusto! Ti par giusto che nel passare per il sentiero il mio piede schiacci questo formicaio, e lasci intatto quello che s’apre nella zolla accanto? E ti par giusto che questo vegliardo scheletrico continui a trascinarsi al sole, e che il buio inghiotta questo fanciullo, falciato in boccio da una nottata di febbre? Sia opera cieca del caso o misterioso disegno della Provvidenza, nessun guardasigilli potrà mai garantire che da queste aule, solo perché si intitolano ufficialmente alla giustizia, sia bandita la universale ingiustizia, che è regola eterna di tutta la vita.
- Chi osa distrarmi con simili querimonie mentre vesto la toga? Queste tristi parole di scaramento le ripeterò forse tra me questa sera, solo nel mio studio, se non mi sarà riuscito di strappare alla galera l’innocente che oggi difendo. Ma ora che egli è nella gabbia e mi guarda, ora che mi alzo per parlare ai suoi giudici… via via, questi pensieri di viltà! La giustizia c’è, bisogna che ci sia, voglio che ci sia. Voi, giudici, dovete ascoltarmi. Lasciamo gli astri nel loro cielo: aiutiamoci tra noi, qui in terra, a raddolcire da vicino, con un po’ di giustizia umana, la ingiustizia lontana ed impassibile delle stelle."

(Piero Calamandrei, da “Elogio dei giudici”)

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